Sembra strano sentire Omar Di Felice al telefono parlare di vacanze. Oggi iniziano le due settimane di stacco completo, ma chiaramente prima di esse ha vissuto una giornata tutta in bici, accumulando chilometri e considerando quel che ha passato nel 2025 è già un grande risultato. La parentesi difficile è finalmente chiusa, lo ha dimostrato con i suoi risultati (non solo in bici, come vedremo) e ancor di più con quello spirito entusiasta che traspare anche dalla sua voce.
La sua ripresa fisica è completa, ma dopo il grave incidente subìto nella passata stagione è soprattutto la sua ripresa psicologica e mentale quella che spicca. E Omar se ne rende conto: «E’ stato un anno complicato, questo è certo, ma io cerco di guardare il prima e il dopo e in questo contesto è stato comunque un anno abbastanza soddisfacente, perché comunque avevo fatto già lo scorso anno, a febbraio, una lunga avventura in Tibet, in Himalaya, attraverso le varie regioni, anche del Bhutan e dell’India. Poi avevo vinto una gara di ultracycling e poi ho avuto questo incidente sventurato alla Maratona delle Dolomiti che mi ha comunque costretto a star fermo due mesi e mezzo, convivendo con la paura di quello che poteva essere a livello di conseguenze. Ma è lì che la ripresa è iniziata…».


Come?
Intanto prendendo coscienza della gravità dell’incidente, traendone un bel po’ di insegnamenti stando fermo a casa e trovando la voglia di rimettermi in gioco e a fine anno sono riuscito comunque a vincere una gara di ultracycling al mio rientro in Sardegna, che è stata un po’ il segno della rinascita.
Mentalmente come hai fatto a ripartire dal fondo per tornare in cima?
Sin da subito dopo la caduta, nonostante sapessi la gravità perché i medici già al pronto soccorso sono stati molto diretti, non c’è stato un momento in cui ho detto «no, non prendo più la bici». Ovviamente ero consapevole della complicatezza di quello che mi era capitato, però sapevo dentro di me che sarei voluto tornare. Ho dovuto subito lavorare sull’aspetto psicologico, perché da un trauma del genere si rischia di non rialzarsi.


Come hai fatto?
Sin dai primissimi giorni appena uscito dall’ospedale – spiega Di Felice – il lavoro più importante l’ho fatto con uno psicologo con cui ho proprio affrontato il tema del trauma, della caduta, per mettermi in condizioni, una volta guarito fisicamente, di poter ritornare in sella senza paure, senza blocchi, senza il terrore poi di agganciare il pedale. E’ stato un lavoro perfettamente in parallelo con la fisioterapia. Soprattutto i primi giorni, l’immagine dell’incidente ce l’avevo viva negli occhi, nella mente, me lo sognavo la notte, quindi è stato un incidente molto traumatico. Ma io credo che la ripresa sia scaturita proprio da quello.
In che senso?
E’ da lì che è nata la spinta motivazionale, quello che mi ha fatto poi bruciare le tappe e mi ha appunto dato la possibilità di ripartire da subito. Quello su cui cerco sempre di porre l’accento è proprio l’aspetto psicologico. Noi a volte non ci prendiamo troppo cura della nostra mente, pensiamo di essere delle macchine invincibili perché siamo forti, perché ci alleniamo più degli altri, perché ci sottoponiamo anche a dei carichi, a degli stress molto grandi. Si tendeva un pochino a sottovalutare l’importanza della mente.


Che però per chi fa ultracycling è un aspetto fondamentale…
Infatti. L’ultracycling è anche resistenza mentale e io ho sempre posto molto l’accento su questo aspetto e dopo la caduta è stato per me chiarissimo che avrei dovuto assolutamente lavorare su questi aspetti prima ancora di rimettermi in sella fisicamente.
Tu con la tua esperienza sei anche un po’ un esempio, spesso partecipi a convegni e a manifestazioni per insegnare anche questo aspetto. Ma si può insegnare a risalire mentalmente dopo un infortunio così grave o un problema anche non solo nel campo sportivo?
Io credo che si debbano considerare due aspetti. Il primo è che non esiste nulla di facile. Nessun percorso non prevede cadute, problemi, difficoltà, passi indietro da fare, momenti di arresto, fallimenti, sconfitte… Prenderne atto è un primo passo fondamentale. Bisogna far capire che qualunque percorso professionale, personale, sportivo ha ostacoli. Quindi, se noi partiamo da questo presupposto, capiamo che dobbiamo accogliere tutto quello che avviene lungo il percorso e lo dobbiamo affrontare.


Qui arriva il secondo aspetto…
Sì, arriva la parte tosta, la sfida vera – sottolinea Di Felice – Pensare che l’aspetto psicologico, mentale va affrontato e laddove non siamo in grado di superarlo da soli, ci dobbiamo affidare a degli specialisti e dei professionisti, proprio come facciamo quando prendiamo un coach, un nutrizionista o qualunque altro specialista che ci aiuta nel nostro mestiere. E’ lì che secondo me si fa il vero cambio di passo.
Tu sei passato anche attraverso qualcosa che non è ciclismo, affrontando addirittura una maratona podistica con ottimi risultati. Come ci sei arrivato?
Quella partecipazione alla Maratona di Pisa è nata a novembre, quando ho iniziato la preparazione per la stagione. I medici mi avevano consigliato ancora per alcuni mesi di stare attento alle cadute in bicicletta, perché comunque le fratture del collo si stanno saldando correttamente, ma se evitiamo nuovi traumi a breve distanza è meglio. Quindi con il mio coach ci siamo detti: «perché non intensifichiamo un po’ di più la corsa a piedi, visto che siamo in inverno, e magari diminuiamo un pochino la bicicletta, così non rischiamo?». Considerando strade bagnate, brutto tempo, evitiamo anche rischi di cadute e quindi mi son voluto dare un obiettivo, fare una maratona prima di Natale.


Com’è andata?
Alla fine è venuto un tempo che era la mia aspettativa, cioè cercare di stare il più possibile vicino alle tre ore. Ho avuto anche un piccolo infortunio al piede che poi mi si è ripercorso sulla schiena, quindi diciamo che non ho poi forzato più di tanto. Alla fine è stata anche abbastanza divertente perché mi ha portato un po’ fuori dalla mia zona di comfort, dove solitamente i ciclisti non si confrontano. In realtà, invece, completare la preparazione anche con altre attività, fatte in un certo modo, controllati, seguiti, stando attenti a non farsi male, può darti quel quid in più quando poi risali in sella all’inizio dell’anno.
L’Omar Di Felice di adesso a che punto è come percentuale sia fisica che psicologica e quali obiettivi si è posto?
Posso dire dopo l’incidente di aver raggiunto la piena maturazione. Mi mancava un grande infortunio e ora ce l’ho nel curriculum, posso dire di avere un po’ tutto il bagaglio di esperienze e la cassetta degli attrezzi completa per poter affrontare quello che verrà. Nella mia carriera ho ottenuto più di quello che mi sarei mai aspettato, quindi sono grato a tutto quello che sono riuscito a ottenere, quindi tutto quello che arriva da adesso in poi per me è un di più. Il grande obiettivo per il 2026 sarà a luglio la Transcontinental Race, una no-stop di 5.000 chilometri, ma prima vorrei fare ancora un lungo viaggio, vedremo dove.







