Affrontare un viaggio in bikepacking come quello che abbiamo progettato per la Bolivia richiedeva una preparazione diversa da quella necessaria per una normale vacanza in bicicletta. Il problema, infatti, non sarebbe stato tanto il dislivello complessivo, quanto il contesto nel quale avremmo dovuto affrontarlo: alta quota, temperature basse, giornate di pedalata consecutive, bici molto cariche e in completa autonomia per diversi giorni.
Per questi motivi, fin dal momento in cui abbiamo iniziato a programmare il viaggio, abbiamo cercato di prepararci al meglio, compatibilmente con il lavoro e con il tempo che avevamo a disposizione.


La preparazione in bici
La prima parte della preparazione è stata naturalmente la bicicletta. Durante i fine settimana e sfruttando i ponti di giugno abbiamo cercato di mantenere una certa continuità negli allenamenti, alternando uscite più lunghe a piccole esperienze di bikepacking.
L’obiettivo non era soltanto migliorare la condizione fisica, ma anche ricreare, per quanto possibile, la situazione che avremmo trovato in Bolivia: più giorni consecutivi in sella, bici cariche e percorsi in ambienti di montagna, diversi da quelli ai quali siamo abituati.
Un altro aspetto fondamentale era l’altitudine. Il nostro percorso in BOlivia si sviluppava completamente al di sopra dei 3.500 metri, con alcune tappe a oltre 4.500 metri e una quota massima vicina ai 5.000.
Per questo abbiamo cercato di inserire nella preparazione alcune esperienze in alta montagna. Tra queste, un soggiorno sullo Stelvio, utile per trascorrere del tempo a una quota significativamente superiore a quella della nostra vita quotidiana e per capire come avrebbe reagito il nostro organismo allo sforzo in carenza di ossigeno.
Naturalmente non poteva essere una vera simulazione della Bolivia. Le quote raggiunte in Sud America sarebbero state molto superiori e il tempo trascorso in montagna prima della partenza non sarebbe stato sufficiente per sviluppare una vera acclimatazione alle altitudini che ci aspettavano.




L’allenamento all’ipossia
Per sostenere un’attività fisica e recuperare le energie a quelle altitudini normalmente ci vorrebbero giorni per gli adattamenti fisiologici, che purtroppo non avevamo. Non potevamo nemmeno trasferirci per settimane in quota in Italia e non volevamo trasformare il nostro viaggio di nozze in Bolivia in una pura sofferenza. Da qui è nata la decisione di utilizzare una tenda ipossica.
La tenda ipossica è, in sostanza, una struttura simile a un baldacchino che posizioni sul letto e crea un ambiente nel quale viene modificata la concentrazione di ossigeno dell’aria respirata durante il sonno, simulando condizioni che si incontrerebbero a una quota maggiore. L’obiettivo è sottoporre progressivamente l’organismo a uno stimolo ipossico, cioè a una concentrazione di ossigeno inferiore alla normalità, cercando di favorire alcuni degli adattamenti fisiologici associati all’esposizione all’altitudine.
Tuttavia, non si tratta di una scorciatoia dal successo assicurato. La risposta in quota è complessa e dipende dalla durata dell’esposizione, dalle caratteristiche individuali e anche dal modo in cui viene effettuato il passaggio a altitudini elevate. Per questo, avvicinandoci alla partenza per la Bolivia, abbiamo seguito un protocollo programmato e progressivo, cercando di utilizzare la tenda come uno strumento complementare alla preparazione reale. Nel nostro caso è stata una delle strategie che abbiamo scelto per ridurre il più possibile il salto tra la nostra quotidianità e l’ambiente nel quale ci saremmo trovati una volta arrivati sull’altopiano boliviano.


In quota con le giuste riserve
La preparazione non poteva però riguardare soltanto l’allenamento. Prima della partenza abbiamo controllato anche alcuni parametri ematici, prestando particolare attenzione allo stato del ferro.
L’altitudine rappresenta infatti uno stimolo importante per l’organismo: la minore disponibilità di ossigeno induce una serie di risposte fisiologiche, tra cui l’aumento dell’eritropoietina e, nel tempo, della produzione di globuli rossi. Per sostenere correttamente l’eritropoiesi è necessario disporre di adeguate riserve di ferro. Per questo motivo, in presenza di una carenza o di riserve insufficienti, è importante intervenire prima dell’esposizione alla quota, anziché aspettare di essere già in montagna.
Nel mio caso, dopo gli esami del sangue, ho iniziato un’integrazione di ferro circa 60 giorni prima della partenza, associandola anche ad alcune vitamine del gruppo B.
Oltre ai micronutrienti, nell’ultimo periodo prima del viaggio abbiamo prestato attenzione anche alla nostra composizione corporea. Sapevamo che avremmo dovuto affrontare giornate molto lunghe, temperature rigide e un ambiente nel quale sarebbe stato difficile mantenere sempre un adeguato apporto energetico. Per questo, nell’ultimo mese, abbiamo cercato di aumentare leggermente l’introito calorico con l’idea di costruire qualche riserva in più e assicurarci di non essere in deficit energetico.


Infine, abbiamo pensato alla salute del microbiota, per cercare di prepararci anche all’inevitabile cambio di alimentazione. Prima della partenza abbiamo seguito un ciclo di probiotici, nella speranza che ci potesse aiutare ad evitare i comuni problemi intestinali del viaggiatore.
Come castelli di carta
Avevamo quindi preparato la muscolatura, fatto esperienza in quota, controllato l’alimentazione e cercato di mettere nelle condizioni migliori anche il nostro intestino. Insomma, avevamo fatto tutto quello che potevamo per arrivare pronti fisicamente.
Tuttavia, è difficile prevedere la risposta del corpo quando viene portato all’estremo e fuori dalla propria normalità. In queste condizioni siamo come castelli di carta e a volte basta poco, molto meno di quello che ci si potrebbe aspettare, basta un soffio e tutto crolla.
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