Tre ragazzi di 12 anni, 521 volte sulla stessa salita e un’idea apparentemente folle: raggiungere in bicicletta gli 8.848 metri dell’Everest. L’impresa di Lorenzo, Tommaso e Samuele (figlio d’arte dell’ex biker professionista della MTB Mattia Longa) senza organizzazione né sponsor, ha coinvolto un intero paese.
Perché a Isolaccia, non lontano da Bormio, la cosa più bella non è stata arrivare in cima, ma vedere come una sfida nata quasi per gioco si sia trasformata in una festa collettiva, con il ciclismo ancora una volta capace di fare del bene. L’Everesting si conferma così una sfida dai mille volti.


Parola ai ragazzi
Già l’inizio del racconto che ci è arrivato è fantastico: «Siamo Tommaso, Samuele e Lorenzo, abbiamo 12 anni e siamo amici. Nel calendario della nostra squadra, il TSL Team Sambuco Lombardo, da quest’anno, avevamo inserito una gara importante: “Everesting della via dell’Asilo”, la via sotto casa nostra». Poche parole, semplici, dirette
«Una via lunga 190 metri, con dislivello di 20 e una pendenza massima del 15 per cento. Obiettivo scalarla 521 volte per raggiungere gli 8.848 metri pari all’altezza dell’Everest. E completare così il nostro Everesting».
E’ quello che è successo a Isolaccia da parte dei tre ha seguito un’altra impresa: l’Everesting per la vita – PedaliAmo con Sarah, l’evento benefico che, appena una settimana prima, aveva coinvolto un numero sorprendente di persone con un obiettivo concreto: raccogliere fondi per acquistare un ecografo da destinare all’ospedale di Sondalo. Tra l’altro obiettivo ampiamente centrato.


In sella
Così lo scorso 27 luglio è toccato a Lorenzo, Samuele e Tommaso. «La sveglia – raccontano – è suonata alle 5,30. Noi saremmo voluti partire alle 3, ma i nostri genitori ci hanno imposto un orario più umano. Abbiamo fatto colazione e alle 6 ci siamo trovati in fondo alla via. Un rapido cambio ad una ruota bucata e alle 6,40 è iniziata ufficialmente il nostro Everesting.
«A metà strada avevamo allestito un piccolo banchetto con acqua, barrette, pane nutella e pane marmellata ed un count down delle salite che ci mancavano. Abbiamo iniziato a salire e scendere, salire e scendere… Salita dopo salita è arrivata l’ora di pranzo, con già 3.000 metri di dislivello nelle gambe. Un piatto di pasta rapido e di nuovo in sella».


Via dell’Asilo come Montmartre
«Nel frattempo avevamo iniziato a dare nell’occhio. Sono passati a trovarci e a incitarci Sarah e Fiore, che pochi giorni prima avevano fatto l’Everesting di Cancano scalandolo per 15 volte. A quel punto è bastato un loro video sui social per scatenare la magia: in poco tempo la Via dell’Asilo si è riempita di persone». E da questo momento in poi il racconto quasi diventa fiaba.
Continuiamo a lasciare spazio a Lorenzo, Samuele e Tommaso. «All’ora di cena le nostre mamme hanno improvvisato una pasta per la gente che c’era. La vicina di casa portava le frittelle di menta fatte a mano. Morale: in poco tempo tutto si è trasformato in una festa. Ci sembrava di essere a Montmartre, come pochi giorni avevamo visto in tv al Tour de France, chi ci incitava da bordo strada e chi ci seguiva in bici. Non eravamo più soli.
Il buio calava ma la gente lungo Via del’Asilo aumentava. E i tre ragazzi continuavamo a salire e scendere nonostante la stanchezza iniziasse a farsi sentire.
Lorenzo a 5.000 metri ha dovuto mollare per un malessere improvviso. Tommaso ha continuato fino alle 23 raggiungendo i 7.000 metri di ascesa verticale. Samuele non si è lasciato scoraggiare ed ha continuato fino a mezzanotte e 45, toccando quota 8.000 metri. Ma alla fine anche lui si è dovuto fermare su consiglio dei genitori che gli hanno imposto il coprifuoco.
Finita? Neanche per sogno. Perché Samuele la mattina seguente è risalito in sella per concludere le ultime 43 salite che gli mancavano per raggiungere la quota della montagna più alta del mondo. Ha continuato finché il suo Garmin ha finalmente segnato i famigerati 8.848 metri.


Una follia diventata festa
La parte più bella della storia, però, è la festa spontanea nata ad Isolaccia. Lorenzo, Samuele e Tommaso continuavano a pedalare. La voce dell’impresa, infatti, ha iniziato a girare per le vie del paese. E le persone hanno cominciato ad arrivare.
Prima qualcuno per curiosità. Poi qualcuno per fare una salita insieme a loro. Poi qualcun altro ancora. E alla fine in Via dell’Asilo si è ritrovato praticamente un paese intero. Non serviva un invito ufficiale. Non serviva un programma. E neanche serviva essere ciclisti. Bastava passare da lì, prendere la bicicletta e fare almeno una volta quella salita insieme ai tre ragazzi.
Così, quella che era partita come una piccola follia di tre amici si è trasformata in una sorta di festa spontanea della comunità. C’è chi è arrivato per accompagnarli per qualche ripetizione, chi per salutarli, chi per incoraggiarli e chi semplicemente per vedere fino a dove sarebbero riusciti ad arrivare. E tanto tifo. Lo hanno detto i ragazzi stessi: «La vicina ha preparato le frittelle e ce le ha portate».
La determinazione dei tre ragazzi ha inevitabilmente colpito chi li ha osservati. Perché stiamo parlando di ragazzi di appena 12 anni, impegnati in una prova che già sulla carta richiedeva una notevole dose di ostinazione.


Hanno lasciato il segno
Per capire davvero quello che è successo a Isolaccia bisogna tornare proprio all’evento di Sarah. L’Everesting per la vita – PedaliAmo con Sarah. In quel caso l’Everesting era quindi soprattutto un mezzo. Un modo per attirare attenzione, coinvolgere persone, mettere insieme sport e solidarietà. E il risultato era stato importante non soltanto per la raccolta fondi, ma anche per il messaggio arrivato alla comunità: la bicicletta può essere molto più di uno sport individuale. Può diventare uno strumento per unire le persone.
E forse è proprio questo il lascito più curioso dell’Everesting di Sarah. A distanza di pochi giorni, tre ragazzini hanno preso quell’idea e l’hanno trasformata nella loro versione. Non per raccogliere fondi. Non per un record e neanche per dimostrare qualcosa sui social. Semplicemente perché avevano visto degli adulti affrontare una cosa difficile e hanno pensato: possiamo provarci anche noi. E poi se l’erano già imposti come sfida. Diciamo che dopo Sarah loro non potevano non tentare.
E’ un meccanismo semplice, ma potentissimo. Gli esempi positivi funzionano soprattutto quando non vengono imposti. Quando vengono osservati, assorbiti e poi reinterpretati. Il ciclismo, quando riesce a fare questo, non è soltanto sport. E’ comunità, esempio, divertimento.







