Qualsiasi lavoro, anche il più bello, può diventare insopportabile. Non significa che si sia persa la capacità di farlo o il piacere dei gesti che per anni lo hanno accompagnato, ma semplicemente che la ripetitività uccide. Si può vivere da ciclisti professionisti e di colpo averne le tasche piene, senza aver perso il gusto di un bel giro in bicicletta. E’ quello che è successo a Kevin Colleoni, bergamasco e figlio d’arte, che sulla bici ci si è trovato e per cinque anni è stato professionista al livello più alto. Poi di colpo ha sentito spegnersi tutto e si è fermato.
Colleoni sulla bici ci si è trovato perché sua madre Imelda Chiappa è stata una delle cicliste azzurre più forti degli anni 90, con tre titoli italiani, sei tappe vinte al Giro d’Italia e la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atlanta 1996. Suo figlio è passato professionista nel 2021, dopo varie presenze in nazionale e risultati di peso tra gli under 23. Per tre anni ha militato nella formazione autraliana Jayco-AlUla e nei due successivi nella belga Intermarché-Wanty.
Si può dire che l’assenza di grandi risultati lo abbia spinto al ritiro dalle gare. Ma si può anche ipotizzare che i risultati non siano arrivati perché in quel mondo ormai così schematico e rigido non tutti riescono ad andare avanti spinti solo dalla passione. Quel che conta non è il motivo, ma la scelta di lasciare e poi quella successiva di riprendere la bicicletta per il gusto di farlo. Non subito, perché una delusione importante lascia cicatrici di un certo rilievo. Eppure, quando quel tipo di noia si è diradata, Colleoni ha ricominciato a pedalare, ritrovando serenità ed equilibrio.
Il motivo di questo articolo è esattamente questo: raccontare l’andare in bicicletta attraverso i suoi occhi in un periodo ben preciso in cui tanti lo fanno con l’attenzione spasmodica agli strumenti elettronici. Guardando più quei display così ricchi che i panorami stupendi in cui si muovono.


Alla fine del 2025 arriva una notizia: Colleoni si ritira. Hai preso la bici e l’hai messa via…
Da quando ho preso la scelta di smettere, tra le tante motivazioni c’era che ero un po’ saturo. La bici non era più mia amica, diciamo così. Per più di due mesi non ho voluto neanche vederla e non mi mancava per niente. Mi mancava solo l’atmosfera che c’era con la squadra, le trasferte, non il fatto di pedalare ogni giorno. Anche solo l’idea di cambiarmi per uscire ad allenarmi non mi attirava più per niente.
Poi che cosa è successo?
Poi pian piano, quando magari Eleonora andava a fare i giri di scarico, mi sono detto: «Vabbè dai, proviamo a seguirla…». Però all’inizio quella sensazione di non voler andare c’era ancora. Però lei mi ha spronato, con l’idea di fare due pedalate assieme. E così piano piano sono tornato ad avere un bel rapporto col ciclismo. Nel senso che adesso esco quando ho voglia, principalmente in compagnia. Da solo no, quello ancora non mi viene di farlo.
Eleonora Gasparrini, una delle più forti cicliste italiane del momento, è da qualche anno la compagna di Colleoni. I due vivono a San Marino ed è obiettivamente difficile rimanere indifferente all’uso della bicicletta quando tutto il tuo mondo attorno è composto da corridori e appassionati. Ma il fatto di cambiarsi e ripartire è stato a lungo il gradino da salire e Colleoni c’è riuscito solo dopo aver ritrovato la serenità.


In compagnia c’è più gusto?
Uscire con i soliti ragazzi o con lei, quando hanno non tanto da fare, è divertente. Faccio fatica, però quello è normale. Ma almeno me la godo un po’ di più, soprattutto perché non guardo i numeri e nemmeno il tempo che passa. Non mi interessa dare una misura all’uscita, sto in giro e quando voglio torno a casa. E piano piano, tutto questo sta diventando la normalità.
Torniamo per un attimo al Kevin Colleoni ragazzo: andare in bicicletta è sempre stato legato al fatto di avere una carriera oppure era un gioco che ti piaceva?
Quegli anni non me li ricordo bene, però per una cosa o per l’altra, sulla bici mi ci sono ritrovato. All’inizio era un gioco, crescendo mi divertivo ad andare in bici, con tutti gli sforzi che questo sport comporta. Non ne ho fatti altri. Ho provato le varie discipline del ciclismo, però mai altri sport. Quindi alla fine mi ci sono trovato e mi piaceva. Mi sono tolto le mie soddisfazioni, quindi se anche dovessi tornare indietro, rifarei tutto. Non ho rimpianti.
Hai detto che il bello di pedalare oggi è non guardare numeri e tempo: quando diventa un lavoro devi starci molto attento, giusto?
Negli ultimi anni è diventato così. I ragazzi che si allenano oggi escono sapendo esattamente il target che devono tenere e cosa devono fare, perché alla fine è il loro lavoro. A me questa cosa non piaceva più molto, perché non dico che ero obbligato a farlo, ma quasi. Anche perché per rendere al meglio bisogna seguire questi protocolli.


Succede quando diventa un lavoro?
Esatto e non c’entra con l’andare in bici che la gente fa tutti i giorni. C’è sempre la ricerca del perfezionismo, che non mi piaceva più. Quando ho ricominciato ad andare in bici, l’abitudine c’era ancora. Anche adesso ogni tanto mi scappa l’occhio per vedere a quanto vado, ma perché è l’abitudine di anni. In realtà però sto scoprendo cos’è andare in bici e godersela in un modo diverso, tranquillo, senza stress.
Come dire che adesso la sosta al bar non è più neanche da ragionare?
Ci fermiamo sempre! Penso che non ci sia stato un solo giorno in cui ho fatto due o al massimo tre ore senza fermarmi al bar. Non è l’uscita in bici per l’allenamento, è proprio per stare bene con se stessi. Ovviamente un minimo di allenamento ci vuole per mantenersi in forma, però pedalo per il piacere di andare e fermarsi quando si ha voglia: di fare una foto, di bersi un caffè. Quello lo sto scoprendo e apprezzando tanto proprio adesso.
Ti capita di riuscire a pensare con maggiore chiarezza ai fatti tuoi ora che non devi essere concentrato su watt e tempi?
Assolutamente, è proprio vero. Certo sento tanta fatica, più di quella cui ero abituato, che magari era una fatica diversa. Però fa parte del gioco e va bene.


Com’è andare in bici con la propria compagna, che forse va anche più forte di te?
Cancella pure la parola “forse”: Eleonora va molto più forte di me. Era quasi più bello prima (ride, ndr) perché almeno non mi staccava. Adesso un allenamento intero con lei non riesco a farlo, però nei suoi giorni di scarico ci divertiamo molto. Io me la godo tanto di più, senza pensare a molto e questo è bello ed è una cosa completamente diversa dal solito. Prima ci allenavamo quasi tutti i giorni assieme, ma non era un divertimento: era il nostro lavoro. Adesso, lei fa quello che deve, però quando può concedersi delle giornate più tranquille, stiamo davvero bene.
Quando si smette si prende peso: che rapporto ha ora Colleoni con il cibo, dato che da corridori state attenti a tutto?
Il corpo cambia, però va bene. E’ normale non essere magri come da corridori, però all’inizio mi è sembrato molto strano. Non ho mai avuto grossi problemi con il cibo e anche oggi resto magro, però i miei chili in più li ho messi e sto bene così. Faccio sport, esco in bici, faccio corsa a piedi, ma lo faccio per tenermi in forma, per il mio benessere personale. Non voglio mettere su 10-15 chili, però se a tavola voglio togliermi delle soddisfazioni, posso farlo quando voglio. In ogni caso, l’attitudine a mangiare bene mi è rimasta, perché se mangi bene, vivi anche meglio.
Ci sono tanti amatori che vivono come facevi tu da professionista. A qualcuno potrebbe sembrare eccessivo: a te cosa sembra?
Se qualcuno mi chiede, io gli do consigli. Il mio punto di vista è un altro, perché arrivando dal professionismo, non mi vedo a fare come loro. Non riuscirei a rimettermi a fare le corse e la vita da atleta come loro, perché l’ho sempre fatto ed è il mondo da cui provengo e che ho abbandonato.


Che cosa pensi di gente comune, che ha il suo lavoro, ma nel tempo libero vive come ciclisti professionisti?
Non mi sento di dire che sia sbagliato, perché non tutti hanno la fortuna o il privilegio di essere stati un ciclista professionista. E quindi capisco la gente che ha il sogno o solo l’idea di provare a imitare i propri idoli. Se gli piace, è giusto che lo facciano. Io però non mi ritrovo in questa dimensione e quindi la mia idea di bici oggi è quella di proprio godermela. Di uscire quando ho voglia e perché ho voglia e di fare la fatica che ritengo più opportuna, che non è sicuramente quella che facevo prima.
Qual è il giro preferito di Kevin Colleoni a San Marino, quello che ti piace fare?
La salita non mi piace tanto e qui per tornare a casa ce n’è sempre. Un giro bello di scarico è andare verso il mare, prendersi un caffè e tornare. Perché attualmente se non si è molto preparati, è difficile andare a fare le salite interne, come può essere quella più famosa qua intorno e cioè il Carpegna. In questo momento non penso di essere in grado di affrontarla. Penso che tornare su certe strade sarà un percorso graduale.
Tornerai a fare qualcosa di più impegnativo?
Mi piacerebbe, però lo farò quando mi sentirò pronto per farlo: di testa e anche in bici. Non voglio tornare distrutto, quella sensazione per ora non voglio averla. Se esagero, poi non tocco più la bici per un mese e poi devo ricominciare da capo. Per ora va bene così. Sono sereno, mi diverto, sto con la mia compagna e con gli amici. Il tempo delle corse per me è finito, quello del divertimento è appena ricominciato.







