Casco sì o casco no? Mentre da più parti si chiedono rettifiche e migliorìe al Codice Stradale, anche in relazione alla circolazione dei ciclisti, il tema è tornato d’attualità, perché si assiste a quello che a molti può sembrare un paradosso: il rifiuto di una larga parte del mondo della circolazione ecosostenibile all’obbligatorietà dell’uso di quello che è a tutti gli effetti una difesa della salute dei ciclisti.
A riportare d’attualità le parole della responsabile dell’A.Ri.Bi. Claudia Ratti che ha ricordato come nel 2009, quando si discuteva dell’introduzione dell’obbligo dell’uso del giubbino catarifrangente, si parlò anche dell’obbligatorietà del casco ma la FIAB si mise di traverso e la legge non passò. Nel tempo la posizione della federazione più in vista nel campo della mobilità sostenibile non è cambiata.


Non fare del casco la panacea del problema
A spiegarne i motivi è il presidente Luigi Menna: «Noi consigliamo l’uso del casco, ma siamo fermamente contrari a renderlo obbligatorio per legge per un motivo molto semplice: non autorizzare la ricaduta della responsabilità sulla vittima in caso di incidente. Non vogliamo che attraverso una tale decisione si distolga l’attenzione dalla vera causa che genera i morti sulla strada, che è l’alta velocità.
«Un casco è omologato per riparare da urti fino a 25 chilometri orari, il che significa che il casco è utile nel momento in cui incontro un ostacolo, ma se vengo investito da un’automobile che va a 50, 70 all’ora se non oltre, il casco è assolutamente inutile e ce lo dicono le storie di tutti i ciclisti uccisi da autovetture portavano il casco».


Concentrarsi sulla riduzione della velocità
E’ una visione dalla quale l’ente non deroga. Chiaramente una visione esposta a critiche: legare l’uso del casco unicamente agli incidenti automobilistici è limitativo, quando invece si dovrebbe pensare ad esso come a un presidio dell’incolumità del ciclista in qualsiasi situazione, considerando anche che ci sono comunque casi dove si riducono i danni provocati dall’incidente stesso.
«Noi siamo favorevoli all’uso del casco, questo è chiaro – risponde Menna – cioè il casco come oggetto trova il nostro favore. Ma non accettiamo il principio di inserire l’obbligo del casco pensando che questo risolva il problema della incidentalità stradale. Non è quella la soluzione. La soluzione è andare a limitare la velocità delle autovetture. Andare a mettere una legge che obbliga il casco significa intanto distogliere l’attenzione dal vero problema e poi, da parte del legislatore, lavarsi la coscienza pensando che con quella norma il problema è risolto. Non è così.


Le proposte d’intervento sul Codice
«Ci vuole una maggiore attenzione da parte del legislatore soprattutto adesso che siamo nel momento della rivisitazione del codice della strada. Noi come FIAB e come altre associazioni, abbiamo avanzato delle proposte che proprio vanno nel senso di andare a limitare la velocità delle autovetture, con zone 30 e ostacoli fisici, ad esempio i cuscini berlinesi in prossimità degli attraversamenti pedonali. Sono tutte soluzioni che anche a costi accessibili per la collettività, aiutano a diminuire la mortalità stradale».
Proviamo a stimolare la discussione con domande scomode: la scelta di essere favorevoli al casco ma non alla sua obbligatorietà non va a incidere sulla cultura stessa dei ciclisti che per loro natura, in buona parte dei casi, sono restii all’utilizzo del casco esattamente come avveniva (e spesso avviene ancora) da parte di chi guida i motocicli? «Lo sforzo non dovrebbe essere verso l’obbligo del casco, ma verso la creazione di strutture adeguate alla mobilità ciclistica – ribatte Menna – Noi parliamo di due situazioni profondamente diverse. Il motorino va in mezzo alle auto, la bicicletta dovrebbe andare in sede separata.


Infrastrutture ciclabili separate
«Vogliamo davvero la sicurezza dei ciclisti? Perfetto, creiamo maggiori infrastrutture ciclabili separate. Oltretutto le moto e i motorini vanno a velocità superiore ai 25 chilometri orari, questo significa che se cado con la bici mi faccio male, se cado con la moto, alla sua velocità, rischio seriamente di morire. Fare di tutta l’erba un fascio è veramente pericoloso».
Nel momento in cui si ridiscute il codice stradale, state trovando attenzione da parte dell’amministrazione o c’è ancora ritrosia da parte dei legislatori? «C’è una certa difficoltà a dialogare, questo è indubbio, nel senso che noi abbiamo partecipato alla riunione di presentazione della riforma del Codice della Strada e all’invito a partecipare al tavolo delle proposte. Il ministro Salvini stesso ha detto: “guardate che alla fine comunque io ho l’onore e l’onere di decidere alla fine quale sarà la legge”. Questo è un messaggio abbastanza chiaro, direi.


L’attenzione “tiepida” della politica
«Noi stiamo facendo il possibile, oltretutto ci siamo proprio divisi i compiti, ognuno presenta 5 proposte. Il 13 settembre abbiamo depositato le nostre, come hanno fatto tutte quante le associazioni, vedremo se le nostre istanze saranno ascoltate».
C’è una ritrosia trasversale, a prescindere dalle varie posizioni politiche che la FIAB ha riscontrato nei rapporti con chi legifera? «L’attenzione nei confronti delle istanze proposte dal mondo ciclistico è sempre stata abbastanza tiepida, a prescindere dal colore politico, poi dipende molto dalle persone. Noi abbiamo presentato delle proposte di legge a nome dell’onorevole Ghio del Partito Democratico, quindi diciamo che l’attuale gestione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non la vediamo in maniera molto favorevole… ».


Il vero dato che ancora manca…
E’ tutto? No, s’impone una riflessione. Che scaturisce non solo dalle parole di Menna, ma anche da studi svolti soprattutto all’estero, ad esempio in Nuova Zelanda dove l’obbligatorietà è in vigore da oltre 30 anni. I dati dicono che nei primi anni la riduzione di traumi cranici, soprattutto nei bambini, andava dal 20 al 30 per cento per poi stabilizzarsi. Dicono che molti, soprattutto adulti, di fronte all’obbligo hanno rinunciato a pedalare. Dicono che meno dell’11 per cento delle vittime di incidenti non portava il casco e queste percentuali fanno la forza di chi è contro l’obbligatorietà.
Peccato che non si ragioni su un dato molto più semplice, che dovrebbe prescindere dagli incidenti, dalla velocità, dal contesto: in quanti casi una caduta, qualsiasi essa sia, non ha conseguenze gravi, forse mortali grazie all’utilizzo di un casco adeguato? Forse bisognerebbe ragionare su questo, che si sia praticanti abituali del ciclismo o meno…







